San Rocco
Confraternita

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Terza in ordine di anzianità è la confraternita di S. Rocco. Nata nel 1578, venne fondata per onorare un voto fatto dal borgo fin dal 1528 e rimasto disatteso, con il quale i Luganesi avevano promesso di erigere una chiesa dedicata al Santo di Montpellier, protettore dalla peste che incombeva sulla regione. Grazie al sostegno di molte persone, fra cui anche diversi medici impegnati nella lotta all’epidemia, in pochi anni la confraternita riuscì ad ottenere la chiesa di S. Biagio, posta all’estremità orientale del borgo. L’antica chiesina venne rapidamente demolita e i confratelli iniziarono a edificare il nuovo oratorio, successivamente abbellito a più riprese grazie all’ingaggio di diversi artisti di importanza anche sovraregionale. Agli inizi della sua esistenza la confraternita non venne meno all’impegno diretto nella lotta alla peste, tanto che nel 1583 venne incaricata di costruire un lazzaretto annesso alla chiesa, richiesta poi rimasta disattesa. Da quest’epoca in poi, fino al termine dell’Ancien Régime le autorità del borgo finanziarono sempre le processioni e le celebrazioni tenute nella chiesa di S. Rocco per S. Sebastiano e per il santo titolare. Doni molto importanti seguirono anche dopo la peste degli anni 1630, quando il Borgo decise di far dipingere i quadroni sui lati del presbiterio, voto poi cambiato nel dono di un solenne paramento festivo.

Nata come terza confraternita di Lugano, fu probabilmente la prima del Borgo a dotarsi di una vera e propria chiesa tutta propria, con annesso oratorio e salone per le congregazioni, usato a diverse riprese anche dalle autorità civili del baliaggio. Fino ad inizio Novecento l’eleganza e la ricchezza di questa chiesa rimase un esempio per le altre confraternite luganesi. Gli sforzi non furono mai lesinati. Nel 1624 si fece la nuova sacrestia, nel 1625 venne edificata l’ancona dell’altare maggiore, che nel 1645 accolse la nuova statua della Madonna del Carmelo e che nel 1661 fu chiusa con una balaustra in marmo. Nel 1662 si fecero i quadri posti ai lati del presbiterio, ancora nel 1645 si acquistò il primo organo. Nel 1677 fu dipinta la volta, nel 1680 fu decorato a stucco il coro. Nel Settecento il ritmo dei lavori non cessò: nel 1719 si fece un nuovo stendardo (da sempre la chiesa era dotata di molti paramenti, di arredi sacri e di tappezzerie per decorarla per le solennità), nel 1723 fu alzato il campanile, nel 1736 si costruì l’altare maggiore in marmo, nel 1759 si decorò a stucco il cupolino del coro. Quest’ultima opera causò anche non pochi dissapori, che si manifestarono con atti vandalici. Nel 1762 fu posto in opera il portale in pietra di Saltrio. Già prima del 1632 la confraternita aveva anche concesso a Pietro Antonio Pocobelli e ai suoi discendenti lo juspatronato sulla cappella laterale della chiesa. Nell’Ottocento il fervore costruttivo andò scemando. Solo nel 1878 venne posato il nuovo pavimento. Nel 1904 vi fu un primo intervento di lotta contro l’ascesa dell’umidità, con la posa dello zoccolo in marmo, mentre nel 1910 si fece la nuova facciata neo-barocca, opera dell’architetto Paolo Zanini. Con il passare degli anni si rese poi sempre più urgente un impegnativo restauro globale della chesa, terminato, dopo anni di lavoro, nel 2003.

Non si deve tuttavia ridurre l’attività della confraternita alla sola amministrazione della chiesa. Compagnia disciplinata, dalla forte vita interna, ebbe un ruolo di primo piano nella vita religiosa del borgo per lunghi secoli, partecipando alle funzioni comunitarie con il suo abito verde. L’intrapprendenza e la generosità dei suoi membri permise di aggiungere diversi altri compiti. Così il legato lasciato dal confratello Giovan Pietro Ruggia, che nel 1642 si fece cappuccino, obbligò la confraternita a provvedere alla vestizione di un buon numero di orfani della pieve luganese. La commovente cerimonia della consegna di un vestito completo a decine di giovani senza famiglia continuò fino a dopo la metà del Novecento. La confraternita volle poi fondare, nel 1644, la compagnia della Madonna del Carmelo nella propria chiesa, devozione che raccolse migliaia di aderenti e fornì lo spunto per solenni processioni fra Sei e Settecento, svoltesi in un clima di trionfo popolare con musica, trombe e timpani giunti da Milano. I confratelli aprirono le porte del loro oratorio anche a una compagnia della Dottrina Cristiana maschile a fine Settecento. Non mancarono anche gesti di carità in favore di poveri di passaggio o fra confratelli e il prestito di capitali a tassi di interesse non usurai.

La confraternita fin dal Settecento accolse fra le sue fila anche molte perosne giunte da altrove a Lugano, garantendo un legame di coesione sociale fra persone di ceto diverso. A San Rocco aderirono anche molti Gandriesi, fra cui artisti della nomea di Vigilio e Pietro Rabaglio. Assai numerosa fin dopo il secondo terzo dell’Ottocento, negli ultimi decenni del XIX secolo e nel Novecento la compagnia ha conosciuto una lenta diminuzione dei propri membri e di conseguenza della propria attività, ridottasi de facto all’amministrazione della chiesa, e questo malgrado la presenza di personalità del calibro di Romano Amerio, colonna della compagnia per lunghi anni nella seconda metà del Novecento. A compensare, almeno sul fronte della gestione della chiesa, la decadenza della confraternita ha provveduto un crescente legame fra i confratelli superstiti e la Fondazione Maghetti.

 

Davide Adamoli